Carenza vitamina D e la depressione: trovato un legame

 

Depressione: gli integratori di vitamina D possono essere utili. Fonte: flickr photo by Peter Rosbjerg / CC (BY-ND)La depressione colpisce oggi molte più persone rispetto al passato. Secondo alcune stime, ad un certo punto della loro vita la depressione maggiore colpisce circa il 20% delle persone [1].

Benché sia noto che questa malattia è collegata a dei ridotti livelli di alcuni neurotrasmettitori nel cervello, la causa della depressione è ancora sconosciuta. Alcune evidenze scientifiche indicherebbero che le abitudini alimentari e gli stili di vita possano giocare un ruolo nello sviluppo della depressione e che forse la depressione ha una predisposizione di tipo ormonale e dipendente anche fattori genetici. Infine è stato trovato un legame tra un’elevata carenza di vitamina D è questo disturbo [23456].

La depressione clinica

Il disturbo depressivo maggiore (o  depressione clinica, depressione maggiore, depressione unipolare, disturbo unipolare) è una patologia psichiatrica ovvero un disturbo dell’umore caratterizzato da episodi di umore depresso e perdita di interesse: dall’alternanza di periodi di benessere e fasi di riacutizzazione dei sintomi depressivi, che tendono ad attenuarsi spontaneamente per poi ricomparire. A soffrirne maggiormente sono i soggetti adulti, soprattutto le donne.

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L’Organizzazione mondiale della Sanità (WHO) ha stabilito dei precisi criteri per fare  una diagnosi di disturbo depressivo maggiore, che non va confuso con l’essere «depressi, demoralizzati, giù di corda », come a volte si usa dire nel nostro vivere quotidiano.

Le ricerche sull’efficacia delle vitamina D sulla depressione

Su questo argomento numerosi studi randomizzati controllati in passato hanno esaminato gli effetti dell’assunzione di integratori di vitamina D sull’umore e sui sintomi depressivi. Anche recentemente, alcune ricerche hanno studiato come gli integratori di vitamina D influenzino i sintomi depressivi. Di seguito diamo una sintesi dei risultati a cui via via sono sono pervenuti:

  • 1999: l’assunzione di una dose di 100.000 UI di vitamina D, migliora la depressione nelle persone con disturbo affettivo stagionale [7].
  • 2008: integrando la dieta con 20.000 UI o 40.000 UI di vitamina D per un anno, si ha una riduzione dei sintomi della depressione nelle persone in sovrappeso e obese [9].
  • 2011: una singola dose di 500.000 UI di vitamina D, ogni anno per 3-5 anni, non ha effetti significativi sull’umore nelle donne anziane [10].
  • 2013: integrando la dieta con con 1.500 IU di vitamina D al giorno, per 8 settimane, si hanno effetti benefici sui sintomi depressivi nei pazienti con disturbo depressivo maggiore [11].
  • 2014: secondo una meta-analisi di studi randomizzati e controllati integrando la dieta con più di 800 UI di vitamina D al giorno, giova un po’ nel trattamento della depressione [12].

La ragione per cui l’assunzione di integratori con vitamina D può essere in grado di migliorare uno stato di depressione non è del tutto chiara. Potenzialmente, questa vitamina può influenzare i livelli di neurotrasmettitori nel cervello e può ridurre l’infiammazione e promuovere la crescita dei nervi [11].

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Benefici della vitamina D nella depressione: i risultati di uno studio

La depressione è un disturbo dell’umore che può manifestarsi con diversi livelli di gravità. Il disturbo depressivo maggiore è costituito da una grave forma di depressione, caratterizzato da forti sentimenti di tristezza e di perdita di interesse per la vita. Questi sentimenti, per le persone con disturbo depressivo maggiore, possono essere così persistenti e pervasivi da interferire significativamente con le attività della vita quotidiana.

Una recente ricerca iraniana, ha esaminato per otto settimane l’azione della vitamina D  in pazienti colpiti da disturbi depressivi. Lo studio, randomizzato e controllato, ha esaminato in particolare come gli integratori di vitamina D incidano sui sintomi dei pazienti con disturbo depressivo maggiore. Avevano partecipato a questa sperimentazione quaranta persone, di età compresa tra i 18 ed i 65 anni. Il tasso di abbandono era stato basso: solo il 10%.

I partecipanti soffrivano tutti  di una depressione moderata (secondo la scala Hamilton Depression Rating) e tutti questi soggetti erano carenti di vitamina D con livelli di circa meno di 20 mg / L.  Tutti i partecipanti erano stati divisi in modo casuale in uno dei seguenti due gruppi:

  • gruppo “vitamina D”:  a costoro erano state somministrate 50.000 UI di vitamina D in capsule, ogni settimana per due mesi;
  • gruppo “placebo”: a questi ogni settimana  veniva data una capsula placebo non contenente  vitamina D.

La depressione di tutti partecipanti era stata valutata sia all’inizio, sia al termine della ricerca, utilizzando il questionario  previsto dal Beck Depression Inventory (BDI) per l’autovalutazione dei sintomi depressivi (consistente di 21 gruppi di affermazioni).

I ricercatori avevano anche preso dei campioni di sangue, misurato lo zucchero nel sangue a digiuno, l’insulina, i lipidi nel sangue, proteina C-reattiva ad alta sensibilità(hs-CRP) e lo stress ossidativo.

Al termine della ricerca avevano rilevato che,

  • l’integrazione di vitamina D aveva ridotto i sintomi della depressione del 32%;
  • un’integrazione con vitamina D aveva ridotto i livelli di insulina a digiuno del 28%;
  • la vitamina D aveva portato ad un aumento di antiossidanti nel sangue.

Tuttavia, questi risultati non trovano conferme in studi precedenti. Ad esempio, in precedenza era stato rilevato  che gli integratori di vitamina D non avevano influenzato lo stress ossidativo nelle donne in gravidanza affette da diabete o negli adulti con steatosi epatica non-alcolica.

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Ne consegue che questi risultati non possono essere generalizzati a tutte le persone affette da depressione. Ma non solo: poiché i soggetti esaminati dallo studio non erano stati per molto tempo esposti al sole, e poiché tutti erano carenti di vitamina D all’inizio della ricerca, è probabile, che dall’assunzione di integratori di vitamina D possano trarre benefici solo coloro che ne sono carenti.

Conclusioni circa carenza di vitamina D-depressione

Per prima cosa occorre permettere che – allo stato-  si deve affermare il disturbo depressivo maggiore non migliorasignificativamente, senza l’aiuto del medico e senza il ricorso agli opportuni trattamenti.

Secondo questo studio, l’assunzione di circa 50.000 UI di vitamina D a settimana, o di circa 7.000 UI al giorno, può migliorare i sintomi depressivi.  Tuttavia, sono necessari ulteriori studi al riguardo, in quanto i soggetti valutato dai ricercatori, all’inizio della ricerca erano dei soggetti  “vitamina D-carenti”.  E ciò potrebbe – in linea teorica – anche significare che gli integratori di vitamina D siano inefficaci in coloro che in via ordinaria già ne assumono a sufficienza.

Soffri di depressione?

Se pensi di soffrire di depressione o di pensi di esserne predisposto, noi di Segreti del benessere ti consigliamo di consultare subito il tuo medico curante o eventualmente uno psicoterapeuta. Come abbiamo detto all’inizio di questo articolo, il 20% delle persone nell’arco della vita soffre almeno di un periodo di depressione. Nel caso succedesse a te è nel tuo interesse uscirne prima possibile oppure, ancor meglio, prevenirla, magari con un semplice cambiamento dello stile di vita, un cambiamento nell’alimentazione. Come abbiamo visto in questo articolo, il tuo un medico potrebbe anche raccomandarti di integrare la tua alimentazione con un integratore di vitamina D, specialmente nel caso tu fossi carente di questa vitamina.

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Riferimenti bibliografici

[1] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15939837

[2] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25377365

[3] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22033249

[4] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23308099

[5] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16850115

[6] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18458202

[7] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10888476

[9] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10888476

[10] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21525520

[11] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23093054

[12] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24732019

[13] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18579197

[14] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20600462

[15] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20800506

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Questo articolo di BFC è stato pubblicato in data 27 aprile 2016 e aggiornato in data 25 agosto 2018.

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